16:20 | Pubblicato da
Antonio Pantano |
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Inizia così la stagione autunnale sui Monti Simbruini. Rosso è il colore, un caldo colore che inganna su ciò che questo periodo precede: i grandi freddi invernali. Da sempre l'autunno ha ispirato l'uomo, interpretando il calare delle vicissitudini divine, naturali, del ciclo vivente, dove gli alberi perdono le loro vesti regali in un esplosione di foglie come scintille al vento, destinate a dissolversi. Nessuno ne è immune, nessuno può prescindere dall'inchinarsi a questi sentimenti, poichè ritrovarsi a cercare il silenzio nel frusciare del fogliame che cade, nel vento che spoglia i giganti della terra, risveglia nell'animo umano, di per sè impressionabile e debole, quel timore ancestrale che spesso tutt'oggi continua a farci piegare di fronte alla potenza del mondo, qualcosa che va al di fuori delle nostre mani, delle nostre braccia e del nostro controllo. E non si può far nulla se non ammirarlo, rispettarlo e tentare di imparare dal significato di questo ciclo, alimentato da un motore che va aldilà della volontà umana. E se l'inverno piega gli esseri viventi con la forza, con la sua fredda essenza, l'autunno riesce invece nel suo intento semplicemente incantando gli animi. I nomi di questi sentimenti, di questo ignoto infinito, sono tanti, nessuno forse è giusto, ma un solo pensiero rimane: la comprensione che nulla valiamo di fronte all'eternità.
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